Agosto 2003

Educare

Nella località lacustre dove ogni tanto vado a cercar frescura, silenzio e «misura d’uomo», alla giunta comunale è saltato il ghiribizzo di togliere i cassonetti dei rifiuti dalle strade. 

Per la bisogna ci stanno dei bidoncini in plastica verde-militare nei cortili dei condomini. Sono tanti e ciascuno provvisto di etichetta: «umido», «carta», «vetro», «secco non riciclabile», «plastica» e via ingiungendo. La classificazione dei rifiuti va fatta, obbligatoriamente, in casa all’atto del rigetto, avendo cura di utilizzare, per l’«umido», speciali sacchetti in fibra di mais che il classificatore casalingo deve acquistare a sue spese. 

Sono davvero piccoli, così da dover comprarne tanti. I bordi sono tagliati pari e vanno legati con l’annesso filo la cui consistenza è quella di un refe da sarto. Se fate la prova, vi accorgete che, per poter chiuderlo, dovete riempire il sacchetto a meno di tre quarti (ulteriore astuzia del produttore). 

Poi, delle due l’una: o vi caricate come muli per andare a gettar via i vari sacchi, sacchetti e sacchini, o scendete in cortile un paio di volte al giorno. Io, per esempio, il cortile non l’ho, e mi tocca 
a) disporre i sacchetti nell’ascensore, 
b) scendere i cinque piani che mi separano dal piano rialzato, 
c) un rampa di scalini, 
d) deporre il carico e aprire il portone, 
e) ricaricarmi del tutto e uscire in strada, 
f) entrare nel portone accanto («accanto» si fa per dire, perché è distante),
g) raggiungere il cortile del condominio attiguo che, dietro convenzione (non gratuita), permette lo scarico dei rifiuti limitrofi, 
h) non sbagliare bidoncino anche se molti di questi, quando arrivo io, traboccano. 

Il pensiero va a tutti quei vecchietti (e sono, statistiche alla mano, il 20-25% della cittadinanza) che devono fare quel che faccio io, compreso il previo scervellarsi domestico onde stabilire cosa si intenda esattamente per «secco non riciclabile». 

E mi chiedo (fra le altre cose): se la raccolta differenziata la devo fare io e i sacchetti devo comprarmeli, perché pago le tasse di nettezza urbana? Così, approfittando del mio status di giornalista, ho pubblicato una «lettera aperta» su un noto quotidiano nazionale, allegando anche le dichiarazioni del responsabile della raccolta rifiuti milanese (ripeto: di Milano, non di un qualsiasi comune di provincia), il quale non provvede alla raccolta differenziata perché, parole sue, non solo non serve a nulla ma addirittura ha, per l’erario, un costo superiore al guadagno. Qualche tempo dopo apparve, sullo stesso foglio, la risposta del sindaco (della cittadina di cui sopra): un puro politichese zeppo di cifre e statistiche di cui confesso di non aver capito niente. 

Tranne una frase: «…educare il cittadino…». Che, data la mia professione, mi ha subito evocato il giacobinismo. Occhio, perché la malattia sta a destra come a sinistra. Prepariamoci a un’epoca in cui non eleggeremo più «amministratori» bensì «educatori» della collettività. Per amore o per forza. A spese della suddetta. 

Già i prodromi ci sono tutti: non fumare, non bere, non tirare tardi, metti il casco, allaccia le cinture, dimagrisci, vai a piedi o in bici, ricicla, accogli, sii solidale. E via obbligando e/o vietando. Ricordiamoci che anche i giacobini erano «liberali».

Invidia

Scusate se torno ancora una volta sul caso Sofri. Magari, quando questo «antidoto» vedrà la luce sarà già stato graziato, glielo auguro. 

No, neanche questa volta voglio dire la mia sulla faccenda. Solo, esprimergli tutta la mia invidia. La Bibbia dice «guai ai soli!» e «chi trova un amico trova un tesoro». E anche il Vangelo insiste: «fatevi degli amici…». Invidio Sofri perché, pur non essendo cattolico, è riuscito ad applicare a se stesso le Scritture meglio dei credenti e praticanti. 

Immaginate se al suo posto ci fosse stato un cattolico; che so, uno a caso: io. Sì, immaginate il sottoscritto condannato a pena definitiva come mandante di un omicidio, un omicidio perpetrato a sangue freddo e alle spalle. Sicuramente, tutti i cattolici avrebbero, e con disgusto, preso le distanze da me. 

Forse qualche suora anonima sarebbe venuta a portarmi le arance in cella, qualche volta. Ma, dite la verità, ce li vedete i comitati, i titoloni sui giornali, gli appelli, la raccolta di firme in Parlamento, le rubriche, le interviste? No? Nemmeno io. 

Avrebbero tutti quanti (voi compresi, amati lettori) perfino negato di avermi mai conosciuto. I preti per primi. E vi dico di più. Il vuoto attorno mi si sarebbe formato anche in caso di semplice sospetto, anche solo con un’apparizione in pagina con sotto la scritta: «indagato». Ho preso me come esempio solo perché sono la persona che conosco meglio. 

Ma temo che quel che ho detto valga per tutto il cattolicume che ci circonda e che costituisce (meditate!) forse la prima causa della scristianizzazione. Domanda: come è potuto accadere che la religione del coraggio e dell’ardimento sia diventata una melassa da vili e rinunciatari?

Radicali

Il 14 luglio ultimo scorso (c’entra la ricorrenza della Presa della Bastiglia? chissà) la stampa e i tiggì hanno riportato l’evento della presentazione di un libro scritto dal segretario del partito radicale (non ricordo l’attuale denominazione ufficiale né se si può continuare a chiamarlo «partito»).

Con l’autore, al tavolo dei relatori, stavano il fondatore Pannella, Paolo Mieli e Michael Ledeen, autorevoli, questi ultimi, saggisti e commentatori. Colpiva la panoramica sul pubblico presente: pochissime persone. 

Dall’atteggiamento di quasi tutte, chine su blocchi di appunti e registratori, si intuiva che doveva trattarsi di giornalisti. Il tiggì ci ha mostrato solo la conferenza stampa di presentazione e non la presentazione vera e propria che si sarebbe svolta in seguito davanti a un salone ricolmo? C’è il fondato sospetto che il tiggì abbia fatto vedere tutto e che tutto era tutto lì. Se così stanno le cose, è incredibile come un certo avvenimento possa interessare solo i professionisti dell’informazione e non la gente. 

La quale, dunque, viene informata, e “a tappeto”, di qualcosa che non le interessa più di tanto. Laddove, si sa, esistono eventi (quelli religiosi in primis) che interessano la gente ma non i professionisti dell’informazione. 

Ma più incredibile ancora è la magia (non troviamo altro termine) che ha permesso a un ristrettissimo numero di persone (i radicali, sempre bisognosi di aiuto pubblico per non chiudere bottega) di modificare la mentalità e i costumi di un intero popolo, il nostro, negli ultimi trent’anni.

Indovinello

Fra le tante pubblicazioni che ricevo (e che di solito leggo attentamente) c’è anche «La Tradizione Cattolica», rivista ufficiale della Fraternità San Pio X italiana. 

Negli ultimi numeri vi è comparso un interessante saggio del filosofo Marcel De Corte, sui cui testi molta gente si è formata. Certo, so bene che non è granchè clerically correct cavare citazioni da ambienti lefevriani, ma se negli scritti di un reverendo anglicano (che è, a regola, ancor più scismatico) comparisse qualcosa degno di venir citato nessuno troverebbe da ridire. 

Perciò, cito e sottoscrivo le seguenti frasi di De Corte e invito i gentili lettori al facile esecizio di indovinare di chi sta parlando: «Si sono serviti degli umili, dei piccoli, dei diseredati, non per trarli dalla loro miseria (l’esperienza dimostra che questa è peggiorata) ma per far trionfare il loro arrogante concetto di uomo padrone del suo destino e dell’universo». 

Sì, perché quando si pretende un mondo perfetto qui ed ora, in pace senza se e senza ma, armonico-solidale-equo, senza frontiere e distinzioni, è proprio a quel concetto che ci si ispira. Continua De Corte: «Sull’amore evangelico del prossimo hanno edificato il più arrogante edificio di dominio intellettuale e spirituale che il mondo abbia mai conosciuto».

Con «un uso scientifico di parole-tabù, di ingiunzioni, di minacce». Grazie a questi metodi, «il prossimo, nel senso del dizionario, non ha più significato. E’ il lontano che bisogna amare».

De Corte, a sua volta, cita un papa, s. Pio X (ripeto, un papa: dunque, per definizione, qualcuno cui non si può dare, nemmeno per scherzo, dello “scismatico”), il quale così si esprime: «Per superbia, dimentichi di se stessi, pensano unicamente a riformare gli altri». 

Il filosofo e il papa, sebbene in tempi diversi, parlano della medesima categoria intellettuale di individui (e mi fa morire questo aforisma di De Corte: «Al di fuori della sua specializzazione, nessuno generalmente è più cretino di un “intellettuale”»). 

Il papa scriveva nel 1910, il filosofo nel 1964, ma le loro parole mi sembrano oggi più attuali di ieri. Allora, cari lettori, avete indovinato? Suvvia, è facile.