Settembre 2003

Democrazia

Leggo in un trafiletto nelle «brevi dal mondo» del 31 luglio u.s. che nella Guinea Equatoriale il presidente della repubblica governa da ventitré anni, continuamente rieletto all’unanimità del mezzo milione di abitanti. La notizia è di terza mano: viene dal sito internet della Bbc che l’ha ripresa dall’unica radio locale (laggiù nessuno legge i giornali ma tutti ascoltano la radio). Il presidente in questione di anni ne ha sessantuno: un semplice calcolo darà conto di quanti ne aveva la prima volta che fu eletto. 

Dov’è la notizia? Nelle sue dichiarazioni. Afferma di essere «in permanente contatto con l’Onnipotente», visto che quest’ultimo e lui sono la stessa persona. Seguono i corollari sul diritto al possesso di tutto e l’insindacabilità, perciò, delle sue scelte. Eccetera. Ripeto: è una notizia di terza mano. Magari ci sarà qualche tara da fare, magari l’ambasciatore smentirà, magari, perché no, si tratta di un modo di esprimersi, sì, scandaloso per noi ma assolutamente normale e non equivocato dai cittadini della Guinea Equatoriale. Magari. Però, noi sappiamo bene come, nel continente africano, non di rado la democrazia sia stata per così dire adattata agli usi locali. Mentre scrivo, l’ennesima rivolta, l’ennesima guerra civile, l’ennesima strage tribale stanno avendo luogo da quelle parti. 

E non pochi intellettuali occidentali si interrogano sull’esportabilità della democrazia, sulla democrazia come panacea per ogni problema, sulla democrazia come condizione essenziale per il progresso e il benessere. In certi posti d’Africa, di Medio Oriente e d’Asia si vedono normalmente figli del presidente succedere al padre, cosa assolutamente eccezionale e casuale in Occidente. In Occidente, poi, la democrazia ha portato al potere un Hitler con la massima tranquillità. 

E recenti sondaggi dimostrano non essere pochi quelli che, nei Paesi islamici, ben vedrebbero Bin Laden come presidente («Tempi» 18.6.03: 71% dei palestinesi, 58% degli indonesiani, 55% dei giordani, 49% dei marocchini, 45% dei pakistani). In Africa, poi, le democrazie sono così fragili che, a ogni piè sospinto, bisogna farsi carico di profughi, emergenze, rifugiati. 

E paga Pantalone, la cui scarsella viene continuamente sollecitata soprattutto dai preti nelle omelie. Sarebbe l’ora che qualcuno cominciasse a rendersi conto che la «democrazia» ha alle spalle duemila anni di civiltà romano-cristiana. E che prima che la scheda elettorale ci vogliono i missionari (magari accompagnati dai Caschi Blu, non si sa mai).

Voti

Leggo il 31 luglio u.s. che in Germania sta prendendo piede l’idea di far votare i genitori anche in nome dei figli minori. Lì per lì sembra uno scherzo, visto che non c’è Costituzione che non fissi la maggiore età come requisito per l’elettorato attivo (nonché limiti maggiori per quello passivo, addirittura diversi a seconda della Camera, alta o bassa, per cui si è votati). Invece la cosa è seria e il movimento che intende appoggiare questa modifica costituzionale è, come si suol dire, trasversale. 

Le Chiese, cattolica e protestante, ne sono entusiaste: in fondo, è un modo per riqualificare la famiglia. I “laici”, certo, hanno un obbiettivo differente: in un Paese sempre più anagraficamente “vecchio”, il voto dei pensionati si avvia a diventare determinante (con tutte le implicazioni che la cosa comporta, non ultima l’urgentissima riforma del sistema pensionistico al collasso ovunque ma cui l’elettorato in pensione metterebbe parecchi bastoni fra le ruote). 

Insomma, se la cosa va avanti, un padre di tre bimbi voterebbe per quattro, sicuro, per il momento, di interpretare la volontà dei pargoli. Va da sé, ciò creerebbe non pochi problemi, dal momento che c’è anche la madre, che talvolta questa è separata, che non tutti i minori sono così piccoli da non avere orientamenti politici. E così via. Ma tutto ciò viene considerato un dettaglio in qualche modo risolvibile, tanta è la necessità di una modifica della composizione del corpo elettorale. Il bello è che non pochi genitori “laici” non battezzano i figli per non influenzarne le scelte future: quando saranno in grado di capire e ragionevolmente scegliere, opteranno o meno per l’ingresso nella comunità cristiana. Per chi conosce la storia, non è altro che l’antica eresia anabattista rivisitata in chiave postsessantottina. 

Va anche, giustamente, osservato che l’opzione per Cristo è di maggior momento rispetto a quella per l’uno o l’altro partito. Dunque, ben vengano le modifiche alla legge elettorare. Chissà che non aprano la strada al riconoscimento della personalità giuridica dell’embrione, elettore in fier . 

Epperò non tutti sanno che, nel codice civile italiano per esempio, tale istituto già esiste, visto che posso nominare mio erede testamentario l’appena concepito e perfino il non ancora concepito (e designare o far designare dal tribunale un apposito tutore, detto «curatore al ventre», onde evitare che qualcuno faccia scherzi al fine di intascare la mia eredità). Le leggi sull’aborto, naturalmente, di queste incongruenze giuridiche se ne sono fatte un baffo. In Italia e all’estero. Con tutta evidenza, però, c’è qualcosa di più «sacro» della vita: il voto.

Gay School

E’ incredibile quanto le regole del politically correct siano una fisarmonica. Purchè suoni la musica desiderata, si apre, si chiude, si tira e si strizza. 

Così, dette regole a volte vengono rigorosamente applicate e guai a chi stecca; altre, sono semplicemente disattese e guai a chi dissona. Dunque, da una parte il comando imprescindibile è «integrazione». Specie nelle scuole. Si cominciò con le classi rigorosamente miste, maschi e femmine (dove, però, ognuno andava a sedersi con quelli del suo sesso, parola di testimone oculare). Poi si passò al mix anche nell’educazione fisica. 

Venne la volta, indi, dei portatori di handicap (con i famosi «insegnanti di sostegno» che, non di rado, vincoli e intralci burocratici fornivano ad anno scolastico inoltrato se non finito). Infine, venne la volta degli zingari e di tutte le altre etnie cultural-religiose immigrate. Pensavamo che per gli omosessuali non ci fosse bisogno di campagne e leggi apposite, tanto la loro integrazione era assodata e sentita come pacifica. Invece, ecco il ribaltone: a New York apre una scuola solo per loro (notizia del 27 luglio u.s.). 

Con tanto di finanziamento pubblico da parte del comune. Ma come, non si era detto «no alla discriminazione»? Infatti, se c’era un posto dove gli adolescenti con tendenze omosessuali non venivano discriminati era proprio la scuola. Com’è noto, c’è stato qualche problema, a suo tempo, per esempio per le forze armate. Ma adesso è superato. Niente, una scuola letteralmente diversa. 

Qualcuno, ovviamente fra i conservatori, ha fatto osservare che certe cose assomigliano ai ghetti o agli autoghetti (in effetti, il ghetto storico, quello ebraico, non cominciò come separazione imposta bensì come quartiere a parte, provvisto di cancelli, richiesto quale condizione per lo stanziamento). 

Si tratta, tanto per far nomi, di Mike Long, presidente del partito conservatore dello stato di New York. Il quale, sarcasticamente, si chiede, a questo punto, perché non aprire scuole per adolescenti grassi o con gli occhiali. Forse dimentica che i grassi sono politicamente scorrettissimi e non devono nemmeno esistere, così come i fumatori. Gli occhialuti, poi, spariranno in breve tempo grazie alla chirurgia-laser. Dunque, nessun problema. Quella scuola non è un ghetto. Che sia una vetrina?