Il popolo italiano, Dio lo benedica, è dal 1948 che vota non per qualcuno ma contro qualcun altro: i comunisti. I quali, a ben pensarci, sono sfortunati: ogni volta che sono a un pelo dal potere, ecco spuntare qualcosa che glielo soffia. Così, ogni volta tocca loro ricominciare pazientemente a costruire nuove strategie per l’ennesima, estenuante scalata. Da qui il loro odio mortale per personaggi come Craxi e Berlusconi. Personalmente non sono un nostalgico di Craxi, al quale dobbiamo, tra le altre cose, la ridicola rinuncia dell’Italia al nucleare e l’incidente di Sigonella (di cui c’è poco da vantarsi). Nonché il favore verso l’extraparlamentarismo di sinistra allo scopo di mettere in difficoltà il Pci. Tuttavia, non gli si può negare il merito di aver fregato i comunisti per un bel pezzo. Per chi lo apprezza, ecco un libro fresco fresco: Le ceneri di Craxi, di Edoardo Crisafulli (Rubbettino), seicento fitte pagine di una storia che è anche la nostra. Buona lettura.
Filosofi
Nelle classifiche impazzano i libri a due voci. «Alcuni noiosissimi, per esempio quello di Augias e Mancuso, in cui il giornalista senza alcuna competenza teologica pone domande compiacenti e prevedibili al teologo che, pur essendone in grado, non sviluppa mai un pensiero compiuto. Così i due finiscono per non affrontare alcuna disputa su Dio: il titolo del libro è miseramente tradito». Così scrive il filosofo Stefano Zecchi sul «Il Giornale» del 13 giugno 2009. E dice qualcosa anche sul duo Giorello-Boncinelli: «Giorello, riferendosi al suo talk con Boncinelli, dice che il dialogo è la forma saggistica più democratica. Scopre la democrazia letteraria. Bisogna capirlo, non riesce a liberarsi dalle sue origini culturali. Per anni è stato al seguito del suo maestro Ludovico Geymonat in pellegrinaggio in Albania dove andavano insieme a inneggiare al glorioso capo dello stato Enver Hoxha, ultimo granitico difensore del marxismo-stalinismo: il comunismo di Tirana val bene una cattedra. D’altra parte anche oggi Giorello ha un curioso concetto di democrazia: lui e Boncinelli, che parlano dello scimmione intelligente, cioè di loro, sono giocatori della stessa squadra, così vincono sempre e, a scanso di rischi democratici, dicono le stesse cose».
Fumo
«Per gli alunni che vengono sorpresi a fumare all’interno delle scuole sarebbero adeguati provvedimenti l’abbassamento drastico del voto di condotta e la bocciatura». Lo ha affermato (26 maggio 2009) l’assessore alla salute del comune di Milano. Che pure è di destra. Era stato ministro della destra anche Sirchia, che ancora oggi insiste nell’auspicare un altrettanto drastico aumento del prezzo delle sigarette per scoraggiare i fumatori. Come si vede, il vizio giacobino di voler trasformare il mondo in un convento di virtù obbligatorie non ha partito. Naturalmente, la scuola pubblica italiana ha nel tabacco il suo problema principale, lo sanno tutti. Invece il sesso (anche omo) fa bene, perciò a scuola deve essere insegnato e magari praticato nei cessi e nei corridoi. Cinque in condotta allo studente pescato senza preservativo.
Scrittori
Il 27 maggio 2009 a Milano, nella «Libreria del Mondo Offeso» (sic!) Erri De Luca e Marco Bocciarelli hanno presentato (cito dal Corsera) «il nuovo romanzo di Barbara Balzerani». Qualcuno dovrà , prima o poi, studiare questa cosa: tutti i rivoluzionari ideologici, nessuno escluso, hanno fatto (e fanno) gli scrittori o i giornalisti. Compreso lo stesso Marx e pure il nostro Mazzini. Ma la cosa risale alla Rivoluzione francese, come ho abbondantemente dimostrato nel mio libro I mostri della Ragione (Ares). Frugate pure nelle vostre reminiscenze ma non troverete nessuno che abbia fatto un mestiere diverso. Sì, Battisti faceva il portiere a Parigi per mantenersi, ma la sua vera attività era lo scrittore di noir. Inventare nuove realtà e “denunciare†continuamente quella vera, vivere in un mondo di parole e il desiderio compulsivo di obbligare tutti gli altri a regolamentare minuziosamente la loro esistenza secondo le direttive della «società di pensiero». Da qui, anche, la stretta parentela con l’ecologismo.
Giornalisti-2
Sul Corsera del 27 maggio 2009 un titolo mi intriga: «La Chiesa comprese Galileo ma non fu meno colpevole». Sottotitolo: «Il pentimento di oggi lascia intatte le responsabilità di ieri». Firma: Emanuele Severino. Mi aspetto, dunque, la solita tirata contro la Chiesa oscurantista. Invece, nel lungo e dotto articolo, il filosofo dimostra che, per Galileo, tramite la matematica si può raggiungere una conoscenza pari a quella di Dio. La Chiesa capì venissimo questo punto. «Mi riferisco al cardinale Roberto Bellarmino. Egli ebbe a possedere della scienza, matematica compresa, lo stesso concento che la scienza ha oggi di sé stessa: di non essere un sapere necessario (in senso filosofico, ndr), ma soltanto ipotetico, probabile, falsificabile (nel senso popperiano, ndr). E appunto per questo egli esorta Galileo a esporre le proprie dottrine non come un sapere necessario che costringe “assolutamente†a modificare la lettera delle Scritture (cioè l’affermazione del movimento del sole), ma come ipotesi che, come tali, possono convivere con quella lettera». Così conclude Severino il suo articolo: «La Chiesa che oggi si pente di aver condannato Galilei è cioè meno avanzata di quella che lo ha condannato». Insomma, il testo dell’articolo dice il contrario del titolo. Ora, poiché nei giornali il cosiddetto «titolista» è persona diversa dall’estensore, abbiamo un classico esempio di titolo fuorviante. E di media che, anziché informare, deformano.
Inquisizione
Cari amici, molti di voi mi hanno visto martedì 9 giugno su «Top secret», programma su Rete 4 condotto da Claudio Brachino. Io e Marina Montesano commentavamo il film di Milos Forman L’ultimo inquisitore, prima e dopo la visione. La Montesano è coautrice, con Franco Cardini, de La lunga storia dell’Inquisizione (Città Nuova), io ho scritto La vera storia dell’Inquisizione (Piemme, prefazione di Franco Cardini). Insomma, due libri garantiti da uno dei massimi medievisti al mondo. Non c’era molto tempo per fare le pulci storiche al film, che sul tema «Inquisizione» pescava nel più torbido dei romanzi gotici ma di storico non aveva nulla (e poi, tra un film di due ore e un controintervento di pochi minuti non c’è partita). Si dirà che le opere di fantasia non hanno obblighi con la storicità ; però io, che scrivo anche romanzi storici, la storia la rispetto. I registi cinematografici, invece, devono fare i conti con chi dà loro i non pochi soldi che servono a fare un film, e pagare tributo alle lobby che tengono i rubinetti del denaro. Le quali, oggi, sono ideologicamente nemiche della Chiesa. Ora, poiché il grosso pubblico non legge i saggi storici ma guarda i film, detto grosso pubblico rimane come era quello sovietico rispetto alla storia del comunismo: miti e fandonie al posto dei fatti, perché non c’è migliore schiavo di quello che non sa di esserlo. Credete che l’Oliver Stone de Le crociate (Heaven’s Kingdom) e il regista de Il ponte di San Luis Rey (con De Niro e cast stellare) non possano permettersi di consultare uno storico serio? Dunque, quando falsificano la storia, lo fanno apposta. Per questo il Beato don Alberione aveva fondato (prima del Concilio) la San Paolo Film. Nel film di Forman tutto quello che si vede sull’Inquisizione è volutamente falso, e anche incongruente, come ho detto in trasmissione. Da secoli, per esempio, due cardinali dovevano visitare le celle inquisitoriali per controllarne lo stato due volte al mese. Le lenzuola venivano cambiate due volte alla settimana. Non c’erano le catene e c’erano le ore d’aria e i permessi sulla parola. Ma non fatemi ripetere qui quel che ho scritto sul mio libro. Fate solo sapere ai capoccioni ecclesiastici che, nella civiltà dell’immagine, fa più un solo film di Mel Gibson di tutti i loro piani pastorali.
Giornalisti
Il 27 maggio 2009 un lettore, su «Il Giornale», si lamentava di essere stato disinformato. Era accaduto che, il 23 maggio, era apparsa la stupefacente notizia che in Olanda si sono tante di quelle celle carcerarie vuote da indurre il governo a offrire posti al vicino Belgio. Confesso di essere stato tratto in inganno anch’io, avendo solo scorso i titoli quel giorno. Mi sono detto: possibile che l’Olanda sia il paradiso dell’ordine pubblico? Ma poi, distratto da altre notizie, passai oltre nella lettura. Del resto, dovendo ogni giorno leggere una vagonata di roba, è prassi normale, per me, scorrere i titoli per soffermarmi solo su quegli articoli che siano suscettibili di interessare uno che fa il mio mestiere. Quel lettore, però, aveva fatto anche i conti e scoperto che una popolazione carceraria sui 12mila detenuti in rapporto a 6 milioni di abitanti dava una percentuale quasi doppia della nostra. Dunque, l’Olanda non è affatto un paradiso ma, semmai, il suo contrario. Il problema è che i giornalisti devono riempire tutti i giorni il giornale per cui lavorano. Ora, poiché è impossibile che tutti i santi giorni accada qualcosa degno di essere portato alla conoscenza del pubblico, lascio a voi le conclusioni. Tra i giornalisti circolano un paio di battute che val la pena meditare. Una è questa: «Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare». E questa è l’altra: «Non dite a mia madre che faccio il giornalista; lei crede che io suoni il piano in un bordello».
Avviso
Tanti anni fa lessi, su una biografia di don Bosco, che il santo non di rado era oggetto di attentati. In una di queste occasioni, aggredito alle spalle, prima stese a cazzotti il suo aggressore e poi lo soccorse. Stupito, chiesi al mio direttore spirituale se ciò non contraddiceva il porgi-l’altra-guancia. Risposta: don Bosco era un maestro; talvolta è carità dare una lezione. Ne ho fatto tesoro. Questa premessa serve a mettere sull’avviso quei miei lettori che si scandalizzano quando mi vedono rispondere in modo apparentemente inurbano a certuni. Può sembrare, in effetti, che non sopporti chi non la vede come me, ma non è così. Dopo più di trenta libri pubblicati coi maggiori editori nazionali e migliaia di articoli, credo di avere raggiunto una certa autorevolezza. Perciò, chi mi chiede un chiarimento ha cortese risposta. Chi crede di saperla più lunga di me e non ha un curriculum almeno pari al mio, riceve anch’egli una cortese risposta. Una. Ma se insiste in modo petulante, urtante e umanamente fastidioso, deve imparare a non far perdere tempo al prossimo. Ho aperto gli Antidoti per dialogare coi miei lettori e soprattutto fornire una vetrina ai miei libri. Il tempo che vi dedico è sottratto allo studio ed è un servizio rivolto a coloro che, apprezzando quel che faccio, mi danno da vivere comprando i miei libri. Gli altri, quelli che nessuno ha invitato, sono pregati di navigare al largo. Il web, come è noto, permette ad anonimi pinchipallini di sfogare la loro frustrazione ingaggiando dispute senza fine; beati loro che hanno tempo da buttare. Potrei semplicemente cancellare gli interventi che non mi piacciono, come fanno tutti. Ma io, autore cattolico, uso la carità di don Bosco. Si prega di far girare questo avviso.


